Dal Milan di Allegri alla corsa scudetto, passando per il futuro della Nazionale italiana e il confronto tra i principali campionati europei: un’analisi completa del momento del calcio italiano e internazionale. In questa intervista, Giovanni Santoro offre una lettura lucida e senza sconti su Serie A, Champions League e mercato. E affronta temi chiave come il gap con i top club europei, il ruolo della Premier League e le criticità strutturali del sistema calcio italiano. Focus anche su nomi caldi come Moise Kean e sulle prospettive dell’Italia nei playoff mondiali.
AB – Buongiorno Giovanni. Ci ritroviamo per la seconda volta qui su Calcisticamente News. Ripartiamo dal Milan: la vittoria nel derby contro l’Inter aveva riaperto i giochi, ma il ko successivo contro la Lazio ha cambiato nuovamente lo scenario. Possiamo dire che la corsa scudetto sia definitivamente chiusa? E guardando avanti, il Milan può tornare competitivo in Champions già dalla prossima stagione? Sul mercato si parla di Moise Kean: può essere il profilo giusto per rilanciare un attacco che negli ultimi anni ha faticato a trovare continuità? E, restando su Kean, come vedi i playoff della Nazionale contro Irlanda del Nord e una tra Galles e Bosnia
GS – Parto dall’ultima domanda. Per quanto riguarda il Milan, Kean potrebbe rappresentare sicuramente un rinforzo importante. È un attaccante che conosciamo bene: ha fisicità, profondità e senso del gol. Quest’anno i rossoneri hanno avuto diverse difficoltà nel reparto offensivo: tra infortuni, come quello di Gimenez, e soluzioni adattate — penso a Leão e Pulisic utilizzati da punta centrale — è mancata continuità. Anche gli innesti arrivati, come Nkunku e Füllkrug, erano sulla carta di ottimo livello: il primo per qualità tecniche e capacità di legare il gioco, il secondo per presenza fisica e riferimento in area. Tuttavia, per vari motivi, non sono riusciti a incidere con continuità come ci si aspettava.
Per quanto riguarda invece il campionato, l’Inter, anche in virtù dell’ultima battuta d’arresto del Milan contro la Lazio, nonostante la vittoria nel derby della settimana precedente, rimane la grandissima favorita: può solo perderlo lei. Anche perché, non avendo più le coppe europee, può concentrarsi totalmente sul campionato e sulla Coppa Italia. Per quanto riguarda la Nazionale, non voglio nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di una terza mancata qualificazione. L’Italia parte favorita, ha il dovere di esserlo. È chiaro che i playoff nascondono sempre insidie, lo abbiamo visto in passato con Macedonia e Svezia, quindi serviranno attenzione e mentalità. Il fatto di giocare un’eventuale finale in trasferta non deve essere un alibi: sulla carta siamo superiori e dobbiamo dimostrarlo sul campo. Poi, come sempre, parlerà il campo.
AB – Restando sulla Nazionale: se l’Italia dovesse mancare la qualificazione al Mondiale per la terza volta consecutiva, considerando il peso storico di una selezione con quattro titoli mondiali, sarebbe un danno anche per il sistema calcio globale, dalla FIFA agli organizzatori, oppure si tratterebbe esclusivamente di un problema nostro, sportivo e d’immagine?
GS – Oggi faccio fatica a dirti che un Mondiale perderebbe davvero qualcosa senza l’Italia. È chiaro che stiamo parlando di una Nazionale con una storia enorme, quattro titoli mondiali e un blasone riconosciuto in tutto il mondo. Però dobbiamo anche essere lucidi: se non ci qualificassimo, sarebbero dodici anni che l’Italia non partecipa e, nel frattempo, il Mondiale è andato avanti, è cresciuto e ha continuato a essere uno spettacolo globale. Spesso noi italiani tendiamo a metterci al centro del calcio mondiale, ma la realtà è che il sistema va avanti comunque. Questo non significa che l’Italia non sia importante, ma che il movimento internazionale oggi è molto più ampio e competitivo.
Detto questo, il vero danno sarebbe soprattutto per noi. Restare fuori per la terza volta consecutiva, per di più con un Mondiale allargato, sarebbe qualcosa di molto pesante dal punto di vista sportivo e d’immagine. E non credo nemmeno si possano cercare alibi nel discorso dei posti assegnati alle altre federazioni: una Nazionale come l’Italia ha il dovere di qualificarsi, a prescindere dal formato. Non riuscirci, ancora una volta, sarebbe un segnale molto grave per tutto il nostro movimento.
AB – Il tema porta inevitabilmente a una riflessione più ampia: è un problema di governance, quindi della FIGC, oppure siamo davanti a una crisi più profonda del sistema calcio italiano, che coinvolge club, settori giovanili e struttura complessiva?
GS – Guarda, secondo me sarebbe troppo semplice puntare il dito solo contro la federazione. La FIGC ha sicuramente le sue responsabilità, perché è l’organo che dovrebbe dare una direzione chiara e costruire un progetto tecnico credibile nel tempo, ma il problema è molto più ampio. Parliamo di un sistema calcio che negli anni ha perso qualità e visione: dai settori giovanili, alla valorizzazione dei talenti, fino alle scelte dei club, che spesso preferiscono soluzioni immediate piuttosto che investimenti strutturali. È un insieme di fattori che si sommano.
Il campionato stesso, pur restando competitivo, ha perso un po’ di attrattiva e continuità nel produrre giocatori di alto livello per la Nazionale. E questo inevitabilmente si riflette sui risultati. Quindi sì, la federazione ha le sue colpe, ma non è l’unica responsabile. È un problema di sistema: serve una riforma più profonda, una visione comune e soprattutto il coraggio di fare scelte a lungo termine. Perché altrimenti il rischio è quello di continuare a rincorrere senza mai risolvere davvero il problema.
AB – Guardando alle squadre italiane in Champions League, emerge spesso un pattern ricorrente: grandi imprese contro avversari di alto livello, seguite però da crolli contro le vere corazzate europee. È una questione di continuità? O c’è ancora un limite strutturale che impedisce al calcio italiano di competere stabilmente ai massimi livelli?
GS – Vedi Ale, io ho qualche anno in più di te e mi ricordo bene il periodo di dominio del calcio italiano. Nel 2003, ad esempio, portammo tre squadre su quattro in semifinale di Champions, Milan, Inter e Juventus, con l’altra che era il Real Madrid. Era un calcio italiano che dettava legge in Europa. Oggi la realtà è diversa: l’ultima Champions vinta da una squadra italiana risale al 2010, sono passati più di quindici anni e non è affatto poco. Questo dato già da solo ci fa capire quanto sia cambiato il peso del nostro movimento a livello internazionale. Detto questo, le imprese non mancano.
L’Atalanta contro il Borussia Dortmund, l’Inter l’anno scorso contro il Barcellona: sono partite in cui le squadre italiane riescono ancora a esprimersi al massimo, grazie a organizzazione, preparazione e motivazioni. Il problema è la continuità. Quando il livello si alza ulteriormente, penso a Bayern o PSG, e quando le partite si accumulano, entrano in gioco fattori come profondità della rosa, abitudine a certi palcoscenici e gestione della pressione. E lì oggi facciamo ancora più fatica rispetto ad altre grandi realtà europee. Per questo io non parlerei di paura, ma di gap strutturale: economico, tecnico e anche di sistema. Le singole grandi prestazioni le abbiamo ancora, ma per tornare davvero competitivi dobbiamo riuscire a trasformarle in una costante, non in eccezioni.
AB – E il Bodo?
GS – Il Bodo è una bellissima realtà, incredibilmente stimolante e affascinante. Con un budget molto ridotto ma con un’organizzazione perfetta hanno ottenuto risultati. Il fatto che arrivino da una realtà così particolare, sopra il Circolo Polare Artico, rende tutto ancora più incredibile. Nonostante condizioni e risorse non paragonabili ai grandi club, sono riusciti a costruire un modello serio e competitivo.
AB – Spostandoci in Inghilterra: il Manchester United ha investito enormemente senza ottenere risultati proporzionati. Quanto conta oggi la qualità delle scelte rispetto alla semplice capacità di spesa?
GS – Sicuramente chi ha grandi disponibilità economiche parte avvantaggiato, e la Premier League ormai da anni traina il mercato: è il campionato più appetibile per i giocatori nel pieno della carriera, a differenza di altri contesti come la Serie A o la Ligue 1, dove spesso arrivano in fasi diverse del percorso. Detto questo, però, il caso dello United dimostra che non basta spendere tanto: conta soprattutto come si investe. La qualità delle scelte, la coerenza del progetto tecnico e la visione a lungo termine fanno la differenza molto più della semplice quantità. C’è poi anche un fattore economico strutturale: oggi una squadra di Championship inglese può avere risorse paragonabili, se non superiori, a quelle di una medio-alta di Serie A. Questo dà un’idea chiara di quanto il sistema inglese sia avanti sotto questo aspetto. Alla fine, quindi, il denaro è importante, ma senza una strategia precisa rischia di non portare risultati.
AB – La Premier League è anche più dinamica e spettacolare rispetto alla Serie A. È questo uno dei motivi principali del suo predominio?
GS – Confermo. Passami il termine Ale, ma il campionato italiano oggi è un po’ “noioso” da guardare per uno spettatore: a volte assisti a partite con pochissime occasioni, anche solo due o tre tiri in porta in novanta minuti.
AB – Ridurre la Serie A a 18 squadre potrebbe essere una soluzione per aumentare competitività e qualità?
GS – È una riflessione che ha senso. Il problema è che ci sono squadre che fanno fatica a reggere il livello e altre che già tra febbraio e marzo si ritrovano senza veri obiettivi, perché non possono né puntare all’Europa né rischiano la retrocessione. Ridurre a 18 squadre potrebbe aiutare ad alzare l’intensità e la qualità media, ma da solo non basta. Se non migliori il sistema nel complesso — organizzazione, investimenti e livello tecnico — rischi di cambiare poco.
AB – In chiusura, una classifica ragionata dei principali campionati europei per importanza e qualità.
GS – Non posso non mettere, anche alla luce di quanto detto prima, la Premier League al primo posto: è proprio un altro livello, per intensità, organizzazione e attrattività. Al secondo posto metto la Liga, per la qualità tecnica dei giocatori e per lo spettacolo che continua a offrire. Terza la nostra Serie A, che resta un campionato competitivo ma che oggi è un gradino sotto le prime due. Subito dopo Bundesliga e Ligue 1, entrambe con caratteristiche diverse: la prima molto intensa e organizzata, la seconda con grandi talenti ma anche diversi limiti strutturali.


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